C’è scritto così su un manifesto scritto a mano e appiccicato con due strisce di scotch al portoncino di una casa: «Ore 18.00 – SPETTACOLO COI SERPENTI – Darkir er Fakir». «Er» Fakir. Come fosse «er Ciriola», «er Cicalone», «er Pennica» e lo strabiliante esotismo di serpenti e fachiri venisse ricondotto d’improvviso a una più rassicurante popolanità: un po’ come lo Sceicco bianco di Sordi, da lontano tutta una promessa d’un mondo di sogni, da vicino soltanto «er» Sceicco.
Così, sono riuscito a trascinarmi dietro un piccolo gruppo di amici e due bambini, loro figli. Saliamo verso la parte alta del paese: c’è una sagra in questi ultimi giorni di ottobre, e una fiumana di gente si riversa qui per il corteo storico, le fraschette dove si mangia e si beve, e i marroni che sono buonissimi.
Hanno messo lo spettacolo di Darkir in un vicoletto dove si passa e spassa ed è pure stretto stretto, e con del nastro a strisce, quello che si usa nei cantieri o sulle strade, hanno circondato un parallelepipedo nero di legno, che sarà dove tiene tutte le cose per il suo numero. Siamo in ritardo ma non c’è nessuno davanti la porticina con il manifesto scritto a mano e appiccicato con lo scotch e allora chiedo a un signore lì, e lui mi dice «Iniziamo subito» e con una penna – «Ha una penna?» – scrive Ore 18.30, che poi è fra cinque minuti. Allora recupera il nastro e poi lo lascia lì per terra e d’improvviso una voce che viene da sopra le nostre teste, una terrazza che si affaccia sul vicolo, dice: «Sta per iniziare lo spettacolo» e io mi addosso al muro e così i miei amici e i loro figli, anzi i bambini vengono vicino a me che sto proprio davanti il parallelepipedo. Il vicolo è in salita e così all’improvviso si materializza Darkir che corre verso di noi – saranno dieci metri – con la sua vestaglia svolazzante e una fascia tra i capelli e ha una torcia in mano e quando arriva, lì davanti alla porticina, che è poi davanti a me, si gira, e come un drago spruzza il fuoco verso il cielo – ooohhhhh, facciamo tutti. Si toglie la vestaglia ora, e ha un gilet bellissimo, tutto lustrini colorati, come anche i pantaloni, con dei colori cangianti, sembra la coda di un pappagallo, un uccello comunque. Ripete tre, quattro volte la cosa col fuoco, bevendo un intruglio da una bottiglietta che ha preso dal parallelepipedo e passandosi subito un fazzoletto sulla bocca. Si sono fermati dei bambini, dei ragazzini e qualche adulto: i bambini stanno quasi tutti alla mia sinistra, qualcuno si è seduto per terra, uno ha gli occhiali verdi tondi tondi e sta già con la bocca spalancata, altri stanno alla mia destra, c’è qualche mamma, un gradino dove si sono seduti. Ma il vicolo è di transito, continuano ad arrivare persone che devono passare per andare chissà dove, qualcuno si ferma ma i più spingono e vanno oltre.
Darkir intanto continua il suo numero. È un uomo di cinquant’anni, non molto alto ma con le spalle larghe, e i capelli lunghi e color argento che una volta potevano essere chiari: ha gli occhi luminosi e sorride e il più felice sembra essere lui, ma davvero. Dopo la cosa col fuoco, che ha pure mangiato un paio di volte, mette per terra una pedana di legno da cui escono milioni di chiodi, non senza prima averla mostrata da vicino a tutti e invitato a toccarla, per verificare, qualcuno lo fa. Poi, prende dei fogli d’un giornale e li mette sopra i chiodi, si toglie le scarpe e ci fa vedere che sotto non c’è nulla, solo la pianta dei suoi piedi, che adesso iniziano a sporcarsi sull’acciottolato del vicolo che è pure bagnato perché ieri ha piovuto senza sosta. Poi, sale sopra i fogli e i chiodi – ooohhhhh, facciamo tutti. Ma non è finita. Si toglie il gilet, ha un ampio petto glabro, e invita una ragazzina, avrà dodici-tredici anni, ad avvicinarsi. Lui si sdraia con le spalle sui chiodi, e poi da terra prende per mano la ragazzina e la invita a salirgli sul petto. Lei fa di no con la testa, ma tutti le diciamo- vai vai. E così gli sale sul petto, a far peso. La ragazzina scende, Darkir si alza e mostra a tutti come i fogli si siano conficcati nei chiodi, deve tirarli via con forza – è «l’Unità» – ooohhhhh, facciamo tutti. Lui raccoglie gli applausi, mette via la pedana coi chiodi e tira fuori, dal suo parallelepipedo, un tappetino e lo stende per terra, e poi, ancora, un contenitore con dei vetri, fondi di bottiglia, bicchieri rotti, pezzi di finestra, e li butta lì, sul tappetino. La gente continua a passare, qualcuno si ferma, Darkir sta stretto e avrebbe bisogno di spazio, ma non fa una grinza, è un professionista lui, lo spettacolo va avanti. E d’improvviso salta sui vetri: io e il bambino con gli occhiali verdi mettiamo le mani sugli occhi. Ma Darkir non s’è fatto niente, applausi, mostra le piante dei piedi sempre più neri. Inchino. Ed ecco la prova di forza: ha portato delle catene e dei lucchetti con le chiavi. Si imprigiona i polsi e poi si fa chiudere i lucchetti da qualcuno del pubblico. Fa provare a chi vuole come siano resistenti le catene. È arrivato Zampanò. Poi, come per incanto, infila le mani in un sacchetto di tela e, voilà, le catene si sciolgono. Applausi. I serpenti non ci sono – penso, ma non fa niente. E invece, ecco, Darkir solleva una piccola cesta, e tutti pensiamo, ci siamo, e di scatto tira fuori un lungo serpente, con una gran testa da cobra. È di gomma, ridiamo, sollevati. Ma la sorpresa sta nel fatto che il serpente vero c’è, ed eccolo arrivare portato da un giovanotto, dentro una scatola di legno. È un lungo serpente, «un pitone indiano» – dice lo speaker sopra le nostre teste. D’istinto, raccolgo il nastro a strisce rosse e bianche e chiudo la strada – «Non si passa» mi sorprendo a dire, «è pericoloso». Darkir approva, mi sorride, sono io il suo aiutante, è arrivato Zampanò, e io sono Giulietta Masina. Darkir solleva il pitone sopra la testa, fa il giro del pubblico, chi vuole può toccarlo, i bambini, quasi tutti, allungano la mano timorosi ma affascinati. Poi, lo rimette nella scatola, lo spettacolo è finito.
Darkir er Fakir è uomo delle strade del Lazio, le conosce tutte, piazze, vie, vicoletti. Domani sarà in provincia di Rieti, dove c’è un’altra sagra, e dopodomani a Latina, e dopodomani l’altro chissà dove. Coi suoi vetri, i suoi serpenti, quello falso e quello vero, e i suoi chiodi. Le magie che toccano il cuore si fanno con poco. Forse solo il giornale cambia, mette quello più fresco che quello del giorno prima è ormai tutto pieno di buchi.
Roma, 4 novembre 2005
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