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salva invia
10 Febbraio 1997
L'invenzione del Sud
[…] Io credo possa dirsi che il concetto cardine attorno il quale hanno sostanzialmente ruotato le differenti interpretazioni di meridionalismo negli anni '70 sia quello della alterità del Sud: Sud come altro dallo Stato italiano post-unitario, anzi colonia (Zitara); Sud come altro dallo sviluppo industriale al Nord che interrompe e piega a sé un modo autonomo di sviluppo (Capecelatro e Carlo); Sud come altro in termini di riferimenti di valori, di linguaggio, di costumi, di società da quanto aveva fondato la Zivilisation dell'Occidente (Tassone, Lombardi-Satriani, Galasso); Sud come laboratorio possibile di autonomia e autogoveno (Caminiti e Pirri).
Va intanto detto subito che c'era un salto, un passaggio profondo rispetto gli anni '50 (penso a Scotellaro anzitutto, a Levi), quando il Sud era inteso solo in funzione di una trasformazione possibile del mondo contadino via la mobilitazione proletaria e operaia nazionale, insomma ancora dentro la angusta ottica gramsciana del blocco operai-contadini contro il latifondo. E c'era un salto notevole rispetto gli anni '60, quando il libro dei sogni della modernizzazione riformista e dello sviluppo dispiegò speranze di accelerare quanto era inteso come sottosviluppo (penso a Rossi-Doria per un verso e a Dolci), attraverso lo Stato del benessere.
Alterità del Sud diventa rivendicazione non solo di una rivincita su una sconfitta imposta manu militari dallo Stato sabaudo, ma ricerca di radici di una coscienza popolare diversa nell'intendere organizzazione umana e sociale. E quindi coscienza di un orgoglio basato non più sulle figure retoriche della manualità contadina, ma sull'aggressività di nuovi soggetti che l'industrializzazione, la metropolizzazione, la scolarizzazione, la turistizzazione avevano partorito.
La separatezza, l'estraneazione, la conflittualità contro uno Stato che perpetuava il suo saccheggio nei confronti delle risorse meridionali (risorse di intelligenza, di soggettività umana prima ancora che materiale) diventavano la pratica concreta e un modo di sperimentazione del meridionalismo. D'altronde gli anni '70 si erano aperti con la rivolta di Reggio Calabria, e la rivolta si era chiusa con le autoblindo e con pacchetti di promesse che già di per s‚ erano disastrose e quando furono, con ritardo, modificate e messe in opera si mostrarono ancora più devastanti.
Il Politico si autonomizzava, si verticalizzava nello Stato, in un compromesso di solidarietà nazionale che lasciava fuori ogni opposizione sociale e la spingeva alla deriva. La militarizzazione dello Stato, la spirale tra emergenza e criminalità organizzata, non permetteva margini di mediazione. In queste condizioni qualunque progetto di costituire e organizzare autonomia meridionale, di indirizzare a partire dal basso la conflittualità diffusa per redistribuzione del reddito, riappropriazione, bisogni e qualità della vita, verso un percorso meridionalista che fosse rottura con la tradizione riformista insistendo invece una specificità della propria storia, questo progetto era forse già sconfitto in partenza. Virtuoso ma ingenuo. Ingenuo perché in realtà la scelta di vivere il conflitto era tentativo di socializzazione e ci trovavamo di fronte la volontà terribile dello Stato di esautorare la società, come d'altro lato ci trovavamo di fronte una società senza Stato ma completamente implosa, frammentata, spezzettata, guerreggiante tra s‚.
L'esplosione industriale e i fenomeni connessi ma soprattutto la perdita di memoria della sinistra, o la sua illusione di riformare la società a partire dallo Stato, avevano accantonato il meridionalismo. Bisognava esibire lo scandalo. E questa era l'ipotesi: la società senza Stato contro la società di Stato (o lo Stato socializzato).
A noi sembrava possibile indirizzare il “comportamento antisociale” della società meridionale verso una costituzione di socialità che partisse dall'interno e non, piuttosto, venisse imposta; fosse sofferta, magari pagata a caro prezzo, ma autentica, autonoma, autoctona. Solo al Sud poteva vedersi quanto nelle metropoli del Nord si teorizzava, perché al Sud c'era indifferenza profonda ai sindacati, ai partiti, agli enti locali etc. Al Sud l'anti-istituzionalità era nuda e ciò poteva leggersi come desiderio di nuove istituzioni. Rompere la barriera del timore verso il sovrano o verso le leggi doveva significare naturalizzare l'uomo, liberarlo dalle sue sovradeterminazioni. In Hobbes lo stato di guerra corrispondeva alla condizione bestiale in cui sarebbe caduto l'uomo senza potere sovrano e obbligazione collettiva. Noi volevamo esaltare il tratto fondamentalmente buono della condizione umana. Era un'esigenza morale, anche, certo, perché vergognarsene? Rispetto alla Politica che diventava amministrazione, riaffermare un bisogno d'etica poteva risultare blasfemo ma certo non secondario. Il rifiuto dell'individualizzazione, cioè di una condizione umana debole, asociale e quindi innaturale, abbandonata a se stessa e alle forze meccaniche e perverse del mercato e dello Stato doveva essere uno dei cardini della ricerca di trasformazione. Questo era il vento del Sud.
Il guerriero, il combattente, l'illegale assumevano una figura centrale quanto più lo scenario di lacerazione si approfondiva, così come era sempre accaduto nelle società senza Stato. Era un guardare oltre l'Europa, alle civiltà mediterranee proprio mentre queste entravano in subbuglio, in guerra agli imperialismi. Ed era un riscoprire radici antiche (i briganti, i balentes) come irriducibilità alla statualizzazione. Il guerriero, l'illegale sfidavano la paura della morte, primo articolo non scritto della società occidentale, come sfida al dolore, preferendo la catastrofe all'asservimento, alla sopravvivenza come erogazione di lavoro e sottomissione […]

Così scrivevo in un articolo per «Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole» del 1983, di rilettura degli anni Settanta. L'intenzione era, a partire dalla constatazione della «... permeabilizzazione del mondo meridionale a quanto comunque si era fatto realtà… raccogliere domande, istanze, proposizioni, speranze che devono essere giocate nell'autonomia di pratiche di produzione, di relazioni, di istituzioni che colgano cuori di passaggi problematici… la forbice tra identità e modernizzazione va anticipata sul futuro, va risolta nell'espansione di tematiche di produzione… autoistituzioni, sui grandi temi della opposizione alle grandi divisioni internazionali tra i Nord e i Sud del mondo, come sull'incentivazione alle nuove forme di produzione cooperativa…». Mi sembrava fosse sostanzialmente questo il passaggio di testimone delle lotte del Settantasette, il rovello di una doppia negazione, non-Stato, non-lavoro. A distanza di quasi quindici anni da quell'articolo, collazionando materiali prodotti nel Sud attorno il 1977, mi ritrovo di fronte due paradossi. Il primo: è quasi diventato luogo comune sociologico (vedi, al meglio, Trigilia) considerare la «tradizione meridionalista» come statalista, sempre a favore dell'intervento pubblico straordinario e furbamente vittimista nell'incolpare il management e la proprietà dell'industria del Nord come responsabili del mancato sviluppo al Sud. Essa tradizione sarebbe dunque, ad un tempo, economicista (nel senso di porre interesse alle risorse pubbliche da pietire e sfruttare) e nazionalista (nel senso che le risorse sono nazionali). Il paradosso sta nel fatto che viene intesa per «tradizione» la teoria e la politica della sinistra e dei cattolici di governo, imperanti negli anni Sessanta e Settanta. Anni in cui il filone teorico della sinistra meridionale rivoluzionaria era piuttosto ferocemente impegnato contro quell'intervento pubblico riformista, e comunque, pur oscillando tra gramscismo ed operaismo, era antistatalista. Ma, soprattutto, la tradizione teorica contemporanea meridionalista è sempre stata ben guardinga nei confronti dello Stato, e questo non solo a sinistra (dai Fasci Siciliani a Salvemini a Dorso, fino a lambire Gramsci) ma anche, e forse di più, nell'area cattolica (basti pensare a Sturzo). In più essa è stata - anzi a volte in eccesso - antropologica, «valoriale» e anti-sviluppo (la comunità, i legami, le tradizioni, l'oralità, la natura, i riti, la sacralità pagana, e indico per sintesi e solo come rapido cenno quel campo che va da Pitrè a Cocchiara a De Martino a Scotellaro), quindi tutt'altro che economicista. Peraltro, se è ovvio che il meridionalismo, come riflessione su una vera o presunta «questione meridionale», nasce con lo sviluppo del capitalismo ed è quindi temporalmente ravvicinato, se proprio vuol trovarsi una tradizionalità di pensiero meridionale inanellerei volentieri pagine di Pagano sulla «repubblica delle virtù» dopo il 1799, di Vico e del Genovesi, di fra Genoino nella rivolta di Masaniello, di Campanella e di Gioacchino da Fiore, dove la dimensione territoriale è forte ma è indistricabile da una vocazione universalista. La verace tradizione «meridionalista», cioè, esubera il Meridione, direi anzi, è tutt'altro che meridionalista. Vi collocherei piuttosto un notevole contributo alla nascita del pensiero politico moderno: è ad esempio noto che le cronache sulla Napoli di Masaniello (unica metropoli di quel tempo) girarono velocemente in Europa (Spinoza).
Il pensiero politico meridionale del '77 è, nello stesso tempo, conficcato nella contemporaneità (l'attenzione alle ristrutturazioni di quel complesso di relazioni industriali e di gerarchie sociali che aveva comportato l'industrializzazione degli anni Sessanta e Settanta) e assolutamente anti-moderno. Cerca un aggancio con la potenza utopica e visionaria della tradizione meridionale e, per questo, non sbrigativamente può essere liquidato come pre-politico o passatista. Direi anzi che proprio questo suo malessere anti-moderno, questo dolore per i guasti della modernità lo disloca e lo riattualizza.
Il secondo paradosso è quello di ritrovare organicamente compattato in un'ideologia - quindi in qualcosa di impenetrabile analiticamente - il filo della riflessione meridionale federalista, autonomista, antistatalista, ma dislocato altrove e organizzato contro. A me sembra che l'ideologia «nordista» e secessionista d'oggi abbia le sue radici non in Cattaneo, bensì, paradossalmente appunto, nella storia dei tentativi pratici e teorici dei movimenti meridionali di inventare federalismo. Intendendo per federalismo un nuovo progetto di istituzioni politiche, combinate con un differente assetto produttivo e di distribuzione della ricchezza. Penso, ad esempio, ai tentativi separatisti in Sicilia, al sardismo e alla Repubblica dei minatori di Carbonia, alla Calabria e alla Repubblica di Caulonia. Invece, l'ideologia secessionista non solo prende furiosamente le distanze dal Sud, ma lo indica come «nucleo valoriale nemico» (assistenzialismo, mancanza di autonomia, eccesso di burocratismo), in realtà additando il risultato aggrovigliato di decenni di politica economica nazionale contro il Sud.
Ora, a petto di questi due paradossi attuali, dalla breve raccolta di scritti di quanto per comodità classificatoria si può chiamare autonomia meridionale, pur nella differenza di sfumature ed accenti, risalta un'attenzione ossessiva a due questioni: 1) la presenza invasiva dello Stato (tutt'al contrario, quindi, di quell'analisi riformista che vedeva nell'assenza di Stato il malessere del Sud), 2) le trasformazioni (economiche, di soggettività, territoriali) che la ristrutturazione nelle grandi fabbriche, la scolarizzazione di massa e l'elargizione di denaro pubblico a mezzo di scambio politico stavano producendo. Le due questioni erano palesemente intrecciate, dato che il soggetto economico per eccellenza nel Sud era lo Stato. Ovvero, il «piano» del capitale al Sud non era passato. Trent'anni di intervento pubblico e privato non avevano capitalistizzato il Sud se non nell'aumento dei redditi e dei livelli acquisitivi di vita. Magari lo avevano deformato, desertificato o modernizzato, ma certo non avevano costruito relazioni sociali improntate ai rapporti capitalistici di vita. Tutto ciò però sembrava ai militanti meridionali non segnare un livello di arretratezza, una appartenenza al «Terzo Mondo», ma piuttosto una esplicitazione secca, senza livelli di mediazione, quasi un laboratorio (d'altronde non era stato fatto proprio in Sicilia il primo esperimento di «compromesso storico»?). Un laboratorio delle forme di dominio del Politico sul sociale, attraverso il controllo dell'economia (i poli statal-industriali) e attraverso il controllo militare del territorio (la lotta alla criminalità), a mezzo del consenso e dell'egemonia che gli operai dei poli delle cattedrali avrebbero dovuto esercitare sulla gran massa dei lazzaroni.
Rompere l'accerchiamento politico degli operai delle grandi fabbriche diventava prioritario, mandare a monte questa sorta di «investitura statale», e difatti per tutto il 1976 e il 1977 le lotte all'Alfasud e a Bagnoli e a Taranto e a Palermo e a Reggio Calabria e a Siracusa furono intensissime. E fondamentalmente spontanee, anche perché proprio quelle grandi fabbriche vivevano una ristrutturazione dei livelli di forza preesistenti. Mi preme sottolineare questo aspetto delle cose, soprattutto perché nello storicizzare quegli anni e quel movimento al Sud c'è attenzione e conoscenza delle lotte dei senza-lavoro ma poca riflessione rispetto a quello che fu il comportamento degli operai dei poli industriali meridionali. Ancora una volta inforcando occhiali stereotipati nel leggere il Sud, per cui da lì doveva venire la rivolta dei disperati, dei reietti, e rimproverando l'autonomia di non essere stata in grado di organizzarli, limitandosi alle università e ai poli industriali. Delle due però l'una: o avevamo uno strumentario analitico marginale, rozzo e fantasioso (pre-marxista e anti-storico), e non comprendevamo quanto il Sud fosse strutturalmente cambiato, e quindi abbiamo finito con l'ipotizzare la rivoluzione degli emarginati contro i produttori, ma le nuove aggregazioni sul territorio non potevano più rispecchiare questa ipotesi; oppure avevamo uno strumentario analitico valido, ma siamo rimasti confinati dentro un soggetto produttivo e culturale (la fabbrica, l'università) non del tutto capace di esercitare egemonia e aggregazione contro «la grande disgregazione sociale» del Sud. Non ci si può accusare di essere stati contemporaneamente elitari nella teoria e marginali nell'ipotesi di soggettività della pratica politica.
Certo, preminente fu in quasi tutta l'area dei collettivi autonomi del Sud l'intervento politico e la riflessione sull'area del non-lavoro. Ma anche qui, attenzione: che fosse il movimento dei disoccupati, che fosse il precariato intellettuale, che fosse quella diffusissima, ricchissima e spesso malsanissima rete di produzione domestica, c'era una rottura forte e un'intuizione azzardata. Questa enorme produzione clandestina di ricchezza (spesso illegale), questa altra circolazione, non poteva in realtà configurarsi quasi come un terribile «nuovo modo di sviluppo», piuttosto che, ancora una volta, come un indice di arretratezza economica? Se la condizione generale del lavoro a cui stavamo andando incontro era segnata dalla precarietà dei rapporti di produzione, quel territorio di produzione precaria per eccellenza che era il Sud non si stava configurando - ancora - come laboratorio? Allora, la questione non poteva essere più chiedere lavoro, perché lo Stato non era in condizione di produrre lavoro, ma era il regolatore generale della produzione e della distribuzione della ricchezza. La questione era muoversi direttamente sulla ricchezza generale e muoversi a partire dalle possibilità della scienza (rovesciando quel segno di arroccamento di ceto politico-intellettuale che tutti i Centri-studi e le Università-cattedrali nel Sud avevano sviluppato) di corroborare forme e modi alternativi di produzione. Decine di piccoli laboratori diffusi (concia delle pelli, abbigliamento, calzature, falegnamerie) furono attraversati da quella che chiamavamo l'«inchiesta operaia», dove le condizioni di lavoro erano miserevoli e i rapporti di forza sgradevolmente anti-operai.
È possibile dire che l'insistenza alla distruzione del «modello industriale» nel Sud e l'attenzione al grande serbatoio di acculturazione non fossero quindi solo segnate da una carica eversiva fine a se stessa: il Sud sarebbe stato territorio ideale per la produzione post-fordista, di cui si intravedeva la forza di rimescolamento degli assetti economici e sociali. Flessibilità territoriale ed operativa, struttura “amicale” della relazione di scambio, circolazione interessata delle informazioni, specializzazione «chiusa», formazione professionale inutile verso uno specifico ma proprio per questo con alti caratteri di adattabilità, erano tutte tecnicità significative della forza-lavoro meridionale, proprio per come essa si configurava dopo i decenni dei «piani di investimento» al Sud e le ristrutturazioni in corso. Bisognerà pur ammettere che non era un'ambizione da poco (e soprattutto più dignitosa delle boutades sul Sud come nuova Florida o Germania dell'est che circolano ancora adesso).
Ma l'idea forte era quella di sottrarre il territorio al controllo dello Stato, al controllo della piccola economia diffusa, al controllo della criminalità, intrecciare l'opposizione all'instaurazione di nuove istituzioni (ci sono pagine bellissime in proposito in Sogno sotto un cielo di pietra di F. Cirillo). Ricordo che si pensò sul serio, proprio in termini organizzativi, alla possibilità di catturare un paese intero, instaurarvi una repubblica seppure di un solo giorno.
Dopo il terremoto del 1980 (che chiude politicamente gli anni Settanta nel Sud) si provò a precisare ancora di più l'idea di nuovo sviluppo e nuove istituzioni sul territorio, a partire dal cinismo di Keynes («… i paesi colpiti dal terremoto sono fortunati perché la ricostruzione può mettere in moto un processo produttivo che crea maggiore ricchezza… ») e dall'idea di rovesciare l'assenza (i senza-casa, senza-lavoro, senza-Stato) in pienezza di richiesta. Ci fu un gran indaffararsi, ma passò quel connubio nefasto tra camorra e clientelismo politico attorno il denaro pubblico che regnò per anni.
Per tornare a quelli che mi sembrano due paradossi d'oggi rispetto al Sud (l'uno nell'indicarlo come retaggio del pensiero statalista e nazionalista, l'altro nel vedersi indicato come nemicità d'ogni ipotesi federalista), è forse facile constatare che comunque essi si esprimono oggi effettivamente in assenza di gravità, ovvero in assenza di qualsiasi soggettività meridionalista, e dal punto di vista della teoria e dal punto di vista della lotta politica (entrambe le affermazioni tengono comunque presente che esistono delle eccezioni). Ciò comporta la divaricazione nelle analisi, nelle proposte sulla questione dello Stato, tra l'aspetto economico e l'aspetto istituzionale, parossisticamente rappresentate da una parte dall'idea di secessionismo economico della Lega (in cui la struttura politico-federativa è un adeguarsi alle grandi trasformazioni economiche del dopo-fordismo), e dall'altra parte da proposte di decentramento amministrativo-statale in versione federalista (le bicamerali, le assemblee costituenti, la riscrittura della costituzione) ma senza nessuna ridiscussione del modello economico nazionale di produzione e distribuzione della ricchezza (facendo quasi rimpiangere la tensione e lo spessore dei protagonisti della Carta del 1948, che almeno avevano ben presente il nesso).
Da questa breve raccolta di scritti sul Settantasette nel Sud, quanto meno ne emerge una visione di intreccio invece tra qualsiasi ipotesi di estinzione dello Stato centralista, ossessivo e pervasivo, e di costruzione di forme di autogoverno territoriale, quindi di redistribuzione del principio della decisione politica, con ipotesi di ripensamento dell'economico, della produzione. Se non è ancora attuale questo...

Roma, febbraio 1997

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