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18 Novembre 2003
Ogni comunità è un'isola |
Quando Nicole Kidman - che nel film si chiama Grace - sta parlando col padre gangster dentro l'automobile e decidendo se passare la propria «linea d'ombra» e accettare tutto il potere di vita e di morte che lui vuole lasciarle, da qualche sedile davanti me, nella sala, uno spettatore si è alzato e s'è messo a urlare contro lo schermo: «Puttana, hai rovinato un paese intero, puttana». Era agitatissimo, qualcuno strillò, chi gli era vicino cercava di metterlo a sedere, io l'avrei strozzato - m'ero perso il dialogo.
Lars von Trier sarebbe contento di questo aneddoto. Anche perché la lettura di Dogville che quell'esagitato spettatore faceva era esattamente l'opposto che qualunque lettura «intelligente» possa fare: in una piccola comunità appartata e insignificante arriva una donna in cerca d'aiuto, che le viene concesso, non senza perplessità: da quel momento il vincolo fra la comunità e la donna si fa progressivamente strumentale fino all'aberrazione. La comunità rimane 'intatta' con le sue miserie e nefandezze, fa corpo contro Grace, e usa in tutti i modi il corpo di Grace, portando fino al parossismo il proprio diritto di suolo [come fosse di sangue] verso chiunque le sia esterno. E fino alla propria rovina, che appare come un atto di giustizia. E' un film amaro e terribile, senza salvezza. Quello spettatore con la sua «urgente» presa di posizione rovesciava il gioco: la salvezza c'era, il paradiso era quel mondo incontaminato - forse perché inutile - prima dell'arrivo di una causa squilibrante: quella puttana di Grace. Grace, la «grazia», il «dono». Nella natura umana bestiale - messa a tacere, resa ipocrita - sta la salvezza, nell'indolenza, nell'assenza di responsabilità verso chicchessia: scatenare la bestia è la vera «colpa».
Per quelle strane associazioni mentali che compiamo spesso involontariamente, ho pensato all'arrivo di Walter Nudo nell'«Isola dei famosi», il programma condotto da Simona Ventura, che ha incollato alla televisione milioni di italiani per settimane. Dal momento del suo arrivo, la comunità dell'isola decise di coalizzarsi contro di lui, di nominarlo, volta dopo volta, e tentare di cacciarlo via perché aveva fatto una settimana di meno e sofferto quindi di meno i loro patimenti, perché non aveva partecipato al loro stage iniziale prima della trasmissione, perché insomma, era «estraneo» ai loro meccanismi di sopravvivenza e gerarchizzazione, già ormai sedimentati. Più Walter Nudo cercava di rendersi gradevole nei confronti della comunità, sbattendosi un po' di più nel cercare cibo o nel trovare e realizzare strumenti per la sopravvivenza, assumendo un atteggiamento mai insistente e anzi accomodante, più la comunità interpretava questo suo atteggiamento come una prova di «malafede», un tentativo subdolo di «ingraziarsi» i telespettatori, e provocando quindi un ulteriore tentativo di accomodamento da parte di Nudo. Un meccanismo infernale. L'unica che in qualche modo aveva rotto l'ostracismo, Maria Teresa Ruta, per indole o per inclinazione del momento, veniva derisa dagli altri, sbeffeggiata, con battutine, ammiccamenti: peraltro, quella sua disponibilità rompeva un altro tabù della comunità, quello del rapporto fra sessi, quello fra «adulti», e non il compiaciuto sguardo di tutti verso i due cuccioli, Davide e Giada, che qualunque cosa avessero mai potuto fare sarebbe stata sempre una schermaglia, un apprendere i rudimenti sotto lo sguardo vigile della mamma-comunità. La Ruta pagò con l'essere nominata.
Nudo portava con sé una «colpa» e così gli veniva anche rinfacciata: quel costringerli a nominarlo, quel dichiararsi infami nel nominarlo, quel dover inventare scuse per nominarlo, quelle alleanze trasversali per nominarlo. Era colpa sua. Se non ci fosse stato, se non fosse mai venuto, loro non sarebbero stati costretti a scoprire la loro natura bestiale e fragile, non sarebbero stati costretti a abbandonare la propria indolenza, a responsabilizzarsi, seppure solo contro di lui.
E' questo il meccanismo della comunità.
Nudo ha vinto, ha vinto contro tutta una «comunità». Che, come la «famiglia», è la cosa più orribile che esista - anche nella sua versione più leggera e edulcorata dei format televisivi - quando si separa dal resto del mondo, quando trova le ragioni della propria sopravvivenza solo in se stessa, quando fonda se stessa solo in ragione della propria sopravvivenza. Nell'isola dei famosi tutte le bestialità dell'uomo sono venute a galla - certo, sempre, per fortuna, ammansite e levigate e «buttate in caciara» dallo slogan: in fondo è un gioco. Ma tutti sapevano benissimo, tutti noi sapevamo benissimo che non era un gioco per nulla: settimana dopo settimana l'orrore d'un gruppo di uomini e donne tenuti insieme dalla sopravvivenza fisica e mentale e quindi dai meccanismi «naturali» che la permettono - il costituirsi d'un capo branco, l'appartarsi delle femmine, il ruzzolare a volte giocoso a volte ringhioso dei cuccioli, l'assenza di qualunque «senso», l'introiezione delle assurde regole della coazione a ripetere - si ripresentava e si riproduceva: di più, si allargava, contaminava e veniva contaminato, amplificato dallo «studio», dove quegli stessi meccanismi creavano schieramento e partecipazione. Nudo ha vinto, e questa è la favola buona. O la versione italiana delle cose.
In fondo era un gioco. I telespettatori l'hanno capito e hanno smontato e rimontato il meccanismo. Viva la televisione.
Lars von Trier non avrebbe chiuso così il format se l'avesse diretto lui. Ma lo spettatore del cinema dove vedevo Dogville, quello - sono sicuro - che un giorno avrà gridato alla tivvù del salotto: «Pezzo di merda di Nudo, vuoi toglierti dai coglioni, sei tu che hai rovinato tutto. Lasciali in pace».
Roma, 18 novembre 2003
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