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23 Maggio 1999
Sulle nuove Brigate rosse_2 |
Il terrorismo è semplice
Anzi, solo da un gruppo giovane poteva rinascere il terrorismo, quello strappo con tutto, tutti e con se stessi, quel gettarsi via, quello stravolgimento, quella tensione allucinata al futuro, quello scandire piccoli gesti quotidiani di sopravvivenza tra i cittadini e di clandestinità, quell'essere guardinghi, strumentali, efficienti e normali sempre e in momenti diversi a seconda delle circostanze, quell'incontrarsi pericoloso coi sodali, quel confermarsi reciproco sovreccitato. Solo per chi parla a sproposito si può tenere una tensione individuale alla clandestinità, al gesto terrorista dopo quindici, venti anni. Questi uomini fanno i banditi e i criminali perché si sentono rivoluzionari, perché fanno crescere a modo loro un progetto rivoluzionario, non siamo al cinema. Devono produrre e organizzare altri accoliti. Perché questo è il punto: le nuove Br, come già le vecchie, non lavorano sui grandi numeri, ma su unità; se i movimenti esistono già, ne raccolgono la risacca, se non esistono pensano di montarne la marea; non organizzano movimenti di massa, o pure di quartiere o di officina e condominio, si muovono su singoli individui, aspettano loro d'essere contattati o scelgono questo o quel contatto, sulla base di un lungo lavoro di selezione e prova, che passerà attraverso due, tre filtri e due, tre "gesti" di prova. I neobrigatisti non sono inseriti direttamente nelle situazioni di lotta, non vanno nei centri sociali o dove si organizza il sindacalismo di base: lasciano risoluzioni strategiche e comunicati (e aspettiamoci il ritrovamento massiccio di questi documenti qui e là) davanti questo o quel posto, come già facevano le vecchie Br, i cui numerosi militanti operai erano per lo più iscritti al sindacato e votavano normalmente le deleghe, non furiosi casseurs.
Poi, come accade in tutte le cose della lunga catena di azioni umane che appartiene a qualsiasi gesto (che sia farsi un buco o trovare un posto di lavoro o far passare una legge in commissione parlamentare o vincere un appalto del comune o organizzare la festa decennale delle matricole del '55), comincerà la sequenza di ritorno. Ci saranno forse pure le talpe in questo o quel Ministero (ma c'erano per le vecchie Br? e spiegarono mai qualcosa della complessità del fenomeno?) come s'è detto, ci sarà pure qualche frustrato intellettuale come s'è detto (ma Fenzi o Senzani divennero brigatisti perché erano frustrati?), ci sarà pure qualche debole riferimento tutto mentale con questo o quell'individuo latitante o in carcere come s'è detto (il legame coi partigiani delle vecchie Br spiegò mai qualcosa?), ma non nasce da qui la "nuova fondazione", non può stare qui quello scarto, quella decisione, quel vincolo, quella determinazione.
Che è incubata per anni, forse non più di quattro-cinque, che si è addestrata militarmente nei cortili di casa, scartando progressivamente gli errori, i difetti tecnici fino a configurarli come politici, come spontaneismi e opportunismi, come già fecero le vecchie Br, fino a scegliere un passaggio organizzativo diverso dalla diffusione territoriale. Che ha letto a modo suo un'impossibilità e un'impotenza dei movimenti a trasformare le cose, come già fecero le vecchie Br, che ha letto a modo suo le lotte in Chiapas o in Perù o in Kurdistan o in Colombia o nei Paesi Baschi o in Irlanda come le vecchie Br leggevano a modo loro le lotte internazionali e i vari movimenti (che allora stavano in Brasile, in Venezuela, in Argentina), che sintetizza i fenomeni della globalizzazione nella B.I. (Banca Internazionale) come le vecchie Br lo sintetizzavano nello S.I.M. Non c'è, lo ripeto, nessuna analogia "fisica". E si potrebbe sostenere con la stessa determinazione che non c'è nessuna analogia concettuale. Semplicistiche, terribilmente semplificanti erano le analisi delle vecchie Br, semplicistiche, terribilmente semplificanti sono le analisi delle nuove Br.
Il terrorismo all'epoca del postfordismo
Il gesto terrorista semplifica l'azione politica sulla base di un pensiero semplice che riduce la complessità. Il radicamento politico si traduce in un problema logistico e organizzativo, e le questioni organizzative assumono tutte un significato politico. I narodniki erano combattenti impregnati di pensiero scientifico che puntava sull'evoluzione industriale e la forza trasformativa del progresso e della modernità per liberare la Russia dal medioevo e dallo schiavismo agricolo, senza alcun compiacimento al contadinismo tolstoiano, eppure tutto il loro teorizzare si concentrava sull'urgenza dell'eliminazione fisica dello zar, come sintesi del passaggio. Gli anni Settanta in Italia ci hanno abituato a pensare un rapporto diretto tra organizzazione combattente e rappresentanza sociale, tra fabbrica e brigatismo. Ma questo è il carattere italiano che ha fatto tutto speciale il brigatismo; in Germania, ad esempio, la Raf non ha mai avuto un radicamento in fabbrica, e la loro azione era soprattutto caratterizzata dall'antiamericanismo. Ma così in Francia, scarso o nullo il radicamento per il Napap e Action directe. E se per la Francia questa fragilità di impianto è stato anche una fragilità di storia, lo stesso non può certo dirsi per la Raf. Quello che voglio dire è che la lettura del vecchio brigatismo come terrorismo fordista ha un doppio segno, sociologico e politico. Sociologicamente il neobrigatismo è allora terrorismo postfordista (abusando di questo concetto, come ormai si usa fare sociologicamente). Da questo punto di vista esso appartiene per intero alla violenza insita in qualunque società postfordista, che assume connotati fortemente politici in Italia perché la nostra è una società fortemente strutturata dalla politica, diversamente dagli Stati uniti dove la violenza contemporanea assume i connotati delle stragi nei college o a Waco o a Oklahoma City o degli Unabomber. Quindi, esso sarebbe solo fenomeno "naturale", che non richiede allarme e sopravvalutazione, come in molte letture di questi giorni, perché non ha e non può avere riproduzione. Forse emulazione, ma non riproduzione organizzata. Politicamente la lettura del neobrigatismo come terrorismo postfordista o, meglio, terrorismo nel postfordismo, richiede, invece, a mio parere, una minore superficialità, perché la questione non sta nel loro radicamento, nella loro diffusione reticolare, nel loro carattere di rappresentatività. Ad esempio, è possibile pensare - e con questo non intendo per nulla dire che esista una filiazione diretta o indiretta, anzi il sindacalismo di base è quanto di più lontano ci sia da tutti i punti di vista da questo terrorismo come persino dalla violenza spiccia, l'ha sempre combattuto, e forse sta pagando in termini di linciaggio e caccia alle streghe il prezzo più alto di un'indegna e sporca canea - che il gesto terrorista venga perpetrato come gesto "sindacale", come semplificazione orribile dell'azione sindacale. A me sembra che l'assassinio di D'Antona questo possa significare; la riduzione della complessità e della difficoltà della lotta sindacale, della capacità di "spezzare" la concertazione, di organizzare in termini di visibilità e di forza il lungo lavoro nei territori produttivi, che sono problemi del postfordismo. Chi ha provato a ragionare forse questo voleva dire. Da questo punto di vista, peraltro, niente di più diverso dalle vecchie Br "fordiste e statualiste", quindi. Credo, insomma che esistono più livelli su cui ragionare: a) una sorta di carattere perenne, astorico del terrorismo, b) un carattere specifico, legato invece alla storia dei luoghi dove esso si sviluppa, infine, c) un carattere politico legato alle forme della produzione e ai vincoli sociali che questa determina. Mi pare peraltro che l'insistenza sul carattere imperialista della borghesia, cioè di un processo che non si sofferma sullo Stato nazionale se non in quanto parte di una globalità, e l'insistenza, non credo retorica, sulla necessità di un carattere antimperialista, quindi globale, del nuovo soggetto combattente come logico contraltare, marchi parecchio la differenza dall'ossessione "democristiana" (o, in alcune letture, sul "compromesso storico") delle vecchie Br. Qui, lo Stato si by-passa, se non per le differenze che essi assumono nella composizione politica e nel comando. La sequenza fabbrica/Stato non è più al centro. Se questo è vero, però, ci troviamo di fronte a un fenomeno tutto ancora da cogliere. Ma il punto ora non sta qui.
Non hanno alcuna fretta adesso
Non è vero che la determinazione delle vecchie Br nasceva come logica conclusione della determinazione dei movimenti di classe alla scelta della lotta armata. Le vecchie Br furono sempre una sparutissima minoranza dei movimenti, e peraltro lo volevano essere, e solo quando questi furono spazzati via, reclutarono il raschio del barile. Un attentato nell'80 non era meno inspiegabile, dal punto di vista del rapporto con i movimenti, dell'attentato dell'altro giorno. Il fatto è che i movimenti combattenti d'avanguardia fanno riferimento solo a se stessi, alla propria fase organizzativa e politica, al proprio percorso. Vanno avanti per campagne e per logistica. Hanno i tempi lunghi della guerra rivoluzionaria e i tempi urgenti della disarticolazione di questo o quel progetto capitalistico, cioè della propria visibilità. Stabilire adesso quali saranno le loro prossime mosse significherebbe già conoscerli abbastanza dal punto di vista logistico, e così non è. Per il resto bisogna invece leggere il documento, che non ci dice i giorni e i luoghi, ma il cosa. Il frutto del pensiero neobrigatista, quella risoluzione strategica lasciata in un cestino, dichiara un'identità, una scelta, una motivazione. La si può irridere, banalizzare, sopravvalutare o minimizzare, ma lì sta scritto a chiare lettere una dichiarazione di identità e un progetto. La scelta di prendere le armi sta altrove, e forse non conta più domandarselo. E' già un fatto, bisogna misurarsi con le conseguenze.
Recluteranno le nuove Br, entreremo in una nuova stagione di piombo? Ma vogliono davvero reclutare? E vogliono davvero una stagione di piombo? Da quanto dicono non sembra che intendano scatenare un'offensiva. L'obiettivo, clamorosamente conseguito e d'altronde non poteva essere diversamente, era quello di focalizzare l'attenzione nazionale su di sé, farsi interlocutori privilegiati (le vecchie Br non lasciarono libero e vivo Moro perché lo Stato non trattò mai direttamente con loro, proponendo la Caritas, l'Onu, la Croce rossa come mediatori). Se è vero, come è vero (lo ricordava Montanelli), che non fu l'opposizione massiccia e plurale dei cittadini a sconfiggere il vecchio terrorismo, i quali si divisero, come è naturale, tra oppositori tenaci e cacciatori, imbonitori retorici, spettatori passivi, ragionatori, impotenti, estranei, e via di questo passo fino alla categoria degli applauditori in pectore o in famiglia, forse tra i milioni di frustrati disseminati da questa società ci sarà stato pure qualcuno che non si è dispiaciuto tanto in cuor suo dell'assassinio di D'Antona. Anche questo è un obiettivo conseguito, e naturale, fa parte dell'animalismo che pervade ogni società. L'altro, più importante, far crescere adesso l'organizzazione, allargare la propria logistica, dipenderà.
Gli interlocutori naturali delle organizzazioni terroriste sono sempre quelli che stanno a loro vicino, quelli che praticano qualcosa a loro simile e nello stesso tempo lontano. Battere lo spontaneismo combattente sarà il loro primo passo, affermare dunque la necessità di un'organizzazione centrale per praticare la scelta della lotta armata. L'azione D'Antona mostra agli altri che il passaggio obbligato è quello. La risonanza ottenuta è grande. Sono così diventati il centro di calamita e hanno posto un'opzione forte. Non hanno alcuna fretta adesso. La campagna di primavera può certo ancora lasciare una scia di sangue. Ma, semmai ci si può aspettare una moltiplicazione di azioni di questi "altri", o per affermare una propria capacità autonoma alla stessa altezza (chi ricorda il percorso di Corrado Alunni? e di Prima Linea?) o per contrattare forza decisionale in un rapporto organizzativo (chi ricorda la motivazione di Barbone quando uccise il giornalista Tobagi, quella di entrare nelle Br con merito e grado? Chi ricorda le ultime azioni convulse dei Nap, in competizione e cointeressenza?). Certo, tutto va preso con misura e inserito in un contesto, ma concettualmente i meccanismi sono identici. Spiace e sorprende che in questo momento i vecchi brigatisti (e non parlo delle mezze calzette, gli Etro ricattati e mandati avanti da qualche sciagurato magistrato o poliziotto), quelli che fanno politica in qualche modo, si limitino a far spallucce. Loro i meccanismi li conoscono e potrebbero aiutare tutti a capire politicamente cosa accade. Vanno messi in condizione di dire tranquillamente, senza considerarli degli "esperti".
Fra le migliaia di persone che si battono quotidianamente sui posti di lavoro o in piazza, ci sarà qualcuno, che organizza, che strepita, che crede in quanto sta facendo, ma che verrà inevitabilmente deluso dalle ripetute sconfitte, che non saprà trovare risposte o non le troverà vicino a sé o convincenti, di quanto la battaglia per la trasformazione sia cosa di lunga lena, in cui si vince e si perde, in cui non si finisce necessariamente o rincoglioniti come tutti i reduci del Sessantotto o asserviti o rampanti profittatori o in qualche posticino di rappresentanza a buon reddito; uno su diecimila che potrà sentire il richiamo delle sirene del terrorismo. E le nuove Br, come già le vecchie, lavorano sulle unità, non sui movimenti.
La lotta politica contro il neoterrorismo è appena iniziata
Dalle dichiarazioni, dalle riflessioni, dagli incontri, dagli scambi di messaggi e documenti che in questi giorni stanno attraversando il movimento della sinistra giovane diffusa e antagonista, dopo un primo momento di smarrito silenzio, le reazioni sono forti, precise, emotive e razionali. Non c'è alcuna connivenza, non c'è alcun ammiccamento. Ci si sente politicamente invasi, sovradeterminati, messi al muro, espropriati. Ma, d'altronde, mai connivenza e ammiccamento ci fu tra le vecchie Br e il vecchio movimento. Le azioni dei combattenti di allora cadevano a ciel sereno sul movimento, costringendolo alla rincorsa, alla difensiva o a fughe in avanti. Colpa del movimento, certo anche, per la propria debolezza politica, per le proprie intricate analisi politiche, per le proprie ambigue gestualità. Come non poteva non essere in una pluralità di strutture. Questo, è vero, è un contesto diverso. Le parole dei nuovi movimenti sembrano forse più povere ma sono più chiare, la spinta verso la società sembra più lenta ma è cercata con determinazione. Ma le nuove Br, come le vecchie, non parlano al movimento o alle sue complesse e plurime e differenti strutture. Non agiscono perché c'è un movimento contro la guerra, pensando di sfruttarlo o piegarlo in qualche modo, non "sparano al movimento", sparano a D'Antona. La lotta all'imperialismo è affare loro e delle altre avanguardie internazionali. I neobrigatisti parlano ai singoli individui, alle potenziali "avanguardie". Chi può scommettere che dall'eventuale sconfitta di questo movimento e della sua forte iniziativa contro la guerra, da questa stabilità governativa a tutta prova ottenuta anche con le pallottole dell'altro giorno (per cui adesso è impensabile davvero qualsiasi crisi governativa dato che Cossutta e i suoi come Manconi e i suoi "difendono la democrazia dalla minaccia terrorista"), dall'orribile bombardamento Nato contro la popolazione tutta dei serbi, dalla fellonia dell'Europa socialdemocratica e laburista (che oggi si tinge del sangue di vittima e martire mentre fino a ieri si tingeva solo del sangue di carnefice seppur contro voglia come è sempre per i carnefici), dalle possibili frustrazioni di questo nano politico che è l'opposizione sociale aperta contro il gigante del potere, non vengano fuori uno, due magari delusi, smarriti, esaltati, magari brillanti giovani pronti al terrorismo?
Non bisogna sgomentarsene certo, ed è forse possibile evitarlo. Mi è capitato di partecipare in questi giorni a qualche incontro, dove sebbene non ci fosse depressione o isteria aleggiava cupo su tutti l'assassinio di D'Antona. Evitare di parlarne equivale a rimuovere il problema e quindi a sottovalutarlo, farsene prendere la mano equivale a cadere nella sua trappola, a farsene ossessionare. Non è facile, ma va tentato trovare una misura. Mi è parso importante che tutti avessero la consapevolezza della necessità di proseguire come prima il proprio impegno contro la guerra, per i popoli migranti, le proprie battaglie sulle questioni del lavoro, dei servizi, del rapporto con i propri territori. Alla sovreccitazione delle forze politiche e di certi apparati dello Stato va contrapposto un grande senso di responsabilità - come peraltro finora è stato fatto - soprattutto continuando le battaglie sociali sulle grandi questioni. Ma non va scordato: la lotta politica contro il neoterrorismo è appena iniziata. Questa è affare di chi ha a cuore o si prodiga per la crescita e lo sviluppo di un movimento di trasformazione capace di agire come soggetto politico forte. Come è andata sempre nella storia dei movimenti.
Roma, 23 maggio 1999
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