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23 Maggio 1999
Sulle nuove Brigate rosse |
Allo sconforto e allo stupore immediatamente dopo l'omicidio del prof. D'Antona, stanno seguendo congetture e reazioni. In queste, si può riscontrare una certa similitudine per quanto attiene le dichiarazioni individuali, tra quanto pensa un qualunque commerciante di via Po a Roma, un giornalista, un commentatore televisivo, o un singolo militante di un qualsiasi partito o organismo sindacale o centro sociale (sono manovrate dai servizi, sono manovrate dall'Est, sono manovrate dall'Ovest e via di questo passo). Nelle reazioni di qualsiasi struttura organizzata (piccola o grande o rappresentativa che sia), invece, le congetture e le definizioni sono più nette, più mirate, improntate al "senso politico", alla distanza o all'offesa nei propri confronti che l'omicidio e la stessa ipotesi di esistenza di nuove Br possa significare (sono contro la stabilità del governo, sono per la stabilità di governo, sono contro l'elezione di Ciampi, sono contro il parlamento, sono contro il movimento, sono contro il sindacalismo di base e via di questo passo). L'incredulità assume quindi nei casi delle dichiarazioni individuali il carattere della flessibilità interpretativa a partire non da sé ma "da quelli" (essi non sono certo quello che dicono di essere); mentre nei casi delle strutture organizzate assume il carattere della rigidità interpretativa a partire "da sé", da quanto quell'omicidio e l'ipotesi della stessa esistenza delle nuove Br siano rivolti a sé. Ovviamente, nelle prese di posizione, spesso, questi atteggiamenti si sovraccavallano, ma a grandi linee questa distinzione è possibile rintracciarla.
Quindi, mentre per quel che riguarda gli individui e i loro commenti la questione tutta pertiene l'identità (chi sono in realtà le nuove Br?), per quel che riguarda le strutture e i loro comunicati la questione tutta pertiene gli effetti (chi vogliono colpire in realtà le nuove Br?). Entrambe le questioni sono centrali per capire cosa accade, ma vanno prima distinte e poi intrecciate.
Personalmente, assumo che le nuove Br per la costruzione del Pcc siano esattamente quello che loro dicono di essere e che il loro obiettivo sia esattamente quello che loro dicono di perseguire. Arriverò a spiegare perché penso questo e dire brevemente qualcosa sull'uno e sull'altro.
L'assenza di una soluzione politica agli anni Settanta
Ma prima vorrei soffermarmi su un'altra questione. La stagione delle lotte sociali e del terrorismo degli anni Settanta non ha avuto in Italia una soluzione politica, ma soltanto strascichi e condizioni personali giudiziarie (a cui peraltro appartiene anche il caso Calabresi, ancora attuale, benché certo esso non si inquadri nella stagione terrorista ma sia indubitabilmente un gesto terrorista). Il parlamento italiano non ha mai trovato il tempo e il coraggio di affrontare politicamente quella storia e dare ad essa una soluzione e una risposta politica di chiusura, di taglio, di definizione, come ad esempio sarebbe stata un'amnistia. Ciò ha relegato quel periodo, e la sua storia, nell'innominabile, nello scandaloso, nel rimosso, nel contenzioso. L'escamotage, tutto improntato del brillante e astuto levantinismo italiano, è stato quello di delegare al giudiziario e al penitenziario la soluzione "alla spicciolata". Non c'è nulla di scandaloso quindi, perché corrispondente alle leggi e all'amministrazione vigenti della giustizia, che quasi tutti i "combattenti" di quegli anni, educati e riguardosi, siano semi liberi, e non c'è nulla di scandaloso che continuino interminabili processi riguardanti eventi di più di trent'anni fa. Ma fa scandalo che qualcuno di quelli partecipi a un dibattito, scriva un libro, vada in giro ad esprimere cosa pensa, mentre dovrebbero stare contemporaneamente semi liberi e all'indice, additati al pubblico ludibrio. Della storia di quegli anni si può parlare solo in quanto "vittime" (e si è storici solo se giustificati dall'aura di vittima e di possibile bersaglio del terrorismo) e tutti gli altri sono carnefici o complici, e quindi relegati nell'inesistenza o nella benevola tolleranza. Questa insistita pavidità delle forze politiche e anche culturali a riattraversare quegli anni se non a partire dai propri morti, ogni volta ricordando i colleghi ammazzati qui e là, è stato il vero buco nero di questi anni, dalla fine cioè della stagione del terrorismo, ad oggi, alla ricomparsa di un'azione terrorista. I gesti dei terroristi sono rimasti senza una spiegazione, una soluzione, un dibattito sofferto e doloroso, fors'anche spingendo a una trattativa concettuale, una mediazione palese fra soggetti evidenti, ma comunque collettiva, nazionale, rappresentativa. Tutto è stato lasciato alle dinamiche individuali e di fazione. Ogni volta che ci si è provato, le urla e gli strepiti, molto più delle lacrime e delle ferite vere, hanno affievolito subito una timida volontà che evidentemente non ha mai capito bene quale fosse la posta in gioco.
A questo hanno contribuito tutti, ciascuno per la sua parte - ed ovviamente mi ci metto in mezzo, avendo scritto e prodotto articoli, libri e cd-rom sull'argomento e partecipato a decine di seminari, incontri e convegni, ma anch'io poco sufficientemente. A cominciare dai "combattenti" di quegli anni: pronti a dividersi tra veri, presunti, supposti, non più, non mai, pronti semmai a riconoscere una sconfitta della "storia" e del "contesto" o addebitandola ad altri, ma poco a discutere della sconfitta delle proprie tesi e dei propri gesti in quella storia e in quel contesto. Ma certo questa responsabilità è senza misura riguardo a quella di chi poteva e doveva invece affrontare politicamente quel periodo, di chi poteva svolgere un ruolo di rappresentatività nazionale, senza accontentarsi, specularmente, della "vittoria", della retorica. Una nuova repubblica, una nuova costituzionalità materiale e formale poteva ricostruirsi a partire da quello "spirito pubblico" che avesse compreso quegli anni della più grande lacerazione civile del Paese, dal dopoguerra in poi. Lì dove il pericolo lì la salvezza, per citare Hölderlin.
Invece, il soffocamento perseguito, pieno di indicibili timori - fondamentalmente quello di riconoscere la "politicità" di quel terrorismo e di quella stagione, e cos'altro era, invece? - di qualsiasi voce provasse a raccontare e spiegare cos'era successo in quegli anni ha provocato da una parte, quella visibile, quella storicamente evidente, quella giornalistica, quella di luogo comune, il disprezzo, ma portandosi appresso, come sua ombra, l'aura del mito e dell'incubo, come sempre è per quello che non può essere detto pubblicamente.
Le nuove Br sono quello che dicono di essere
Di quest'aura mitica (l'irriducibilità, la sproporzione tra la volontà di pochi determinati e gli straordinari effetti sulla società, la "rappresentazione" simbolica, sintetica e rappresa di un messaggio, di un progetto) sono quindi in molti i corresponsabili: quella società politica che ha sotterrato ogni possibilità pubblica e nazionale di arrivare a una soluzione, pubblicamente evidente e vincolante degli anni Settanta; quella società culturale che decise di imbarcarsi nell'emergenza intellettuale e non hai mai smesso l'elmetto; e certo anche quella società marginata e radicale che ha pensato di rinfocolare la continuità dell'antagonismo con un richiamo continuo ai gesti più estremi degli anni Settanta, come fondando la propria legittimità attuale attraverso il richiamo alla continuità storica. Per un lungo periodo più d'uno si è crogiolato in questo. Qui, è ovvio si fa un discorso a grandi linee, con poco riguardo, purtroppo, a questo o quell'individuo o struttura che si è sforzato, con continui richiami e con pochi risultati, di innescare un ragionamento diverso. E non si vuole certo dire che la ripresa del terrorismo è addebitabile a queste mancanze, in un rapporto diretto di causa-effetto, o che esse lo giustifichino. Si vuole solo dire che il contesto in cui appare il nuovo terrorismo è quello in cui al vecchio non è stato dato soluzione politica, ragione storica. E non è cosa di poco conto. La riflessione politica è rimasta bloccata agli anni del vecchio terrorismo, lasciando come statue di sale i pensieri di tutti. Chi parlava di tele di ragno riparla di tele di ragno, chi parlava di complotti riparla di complotti, chi cercava la verità più vera continua a cercare la verità più vera. In questo contesto, è ovvio che le riflessioni tutte si spostino sugli effetti, sulla consistenza e la durata, allarmandosi e autorassicurandosi allo stesso tempo. La situazione è diversa, ci si dice, non è possibile più quella stagione. Non avendo chiuso le ragioni della prima, non ci si interroga sulle ragioni di quest'altra, per effetto di trascinamento, e la vicenda diventa "tecnica" o, come al solito, "ideologica" (orrore, disprezzo ecc.).
Da questo punto di vista, è paradossale la giustapposizione tra vecchie Br e nuove Br che viene fatta. In alcuni "tagli" di quotidiani e riviste la cosa viene presentata come in quei copioni di sceneggiato televisivo in cui la "vecchia mafia" comunque con codici e regole viene contrapposta alla "nuova mafia" tutta spara spara, insomma, da una parte don Vito Corleone e dall'altra Giovanni Brusca. Lo stesso si dice in genere di una mozzarella d'antan e di come sia diversa da quella d'adesso che sa di niente, si dice d'una calzatura, d'una stoffa. Lo dice Trentin raccontando di com'erano cazzuti i sindacalisti dei suoi tempi e non certo quelli di ora, lo dicono le signore che hanno fatto tutte le battaglie femministe, lo dicono i professori d'Università che avevano i calzoni alla zuava nel Sessantotto e non riescono a capire perché i loro studenti blocchino gli esami o contestino i programmi. Insomma, segno di pigrizia intellettuale. Di pensiero bloccato come statua di sale a quello che s'è già vissuto come evento e storia irripetibile.
Le nuove Br sono quello che dicono di essere: un'avanguardia rivoluzionaria che ha scelto la lotta armata come progetto politico per la guerra allo Stato e la rivoluzione proletaria internazionale e antimperialista. Punto. Questi uomini non vengono dal nulla né sono fantasmi del passato. Probabilmente un gruppo di giovani (l'età media di coloro che parteciparono all'attentato di via Fani non superava i trent'anni) di qualche decina di unità (i regolari delle Brigate rosse al tempo di Moro non superava le trenta unità, mentre quando uccisero Coco a Genova non arrivava alla decina), probabilmente localizzato in pochissime città, con una formazione militare scarsissima, mezzi assolutamente ridotti (i mitra che spararono sulla scorta di via Fani si incepparono tutti), probabilmente con un lentissimo lavoro di preparazione a quest'attentato di "presentazione" e un altrettanto accurato lavoro di copertura per non essere presi subito, che è l'unica garanzia di sopravvivere per dare credibilità al progetto, dopo le devastazioni dei pentiti, degli infiltrati e dei tradimenti. Probabilmente giovani, senza nessunissimo rapporto con quella generazione di "combattenti" che l'ha preceduta (e devastata dagli anni di carcere, che solo per chi non l'ha mai vissuto o nei feuilletons alla Conte di Montecristo servono a covare la vendetta). Senza nessunissimo rapporto con quella generazione che l'ha preceduta se non per un richiamo a un'aura mitica (alla simbologia e alla rappresentazione) e a un progetto politico. Agli schemi di un'analisi politica. La scelta di richiamarsi a quell'ultima frazione delle Br è già la presa di distanza dai confusionari progetti dei partiti guerriglia di Senzani, dei Fronti del carcere di Curcio, dei militarismi delle Ucc. Distanza dai richiami a soggetti diversi da quelli legati al lavoro, anzi da quelli legati a una loro lettura del lavoro (i disoccupati, gli emarginati ad esempio, sono lontani anni luce da questi nuovi brigatisti, come i "soggetti metropolitani", quelli che hanno appunto fondato, costruito, abitato i centri sociali). Niente di più lontano tra uno squatter di Torino e un neobrigatista. Alle nuove Br, come già alle vecchie, queste cose, il movimento, non interessano, gli è proprio indifferente - anzi come nelle parole di Moretti, quando ricorda quegli anni, parlando del Settantasette, che certo era già qualcosa di più in termini di forza e di presenza di piazza, "non ce ne accorgevamo". Potrebbero anche dismettere quella sigla, la sostanza non cambierebbe granché. E poi, c'è un richiamo "oggettivo", un 'assunzione di responsabilità, non una dichiarata continuità di appartenenza.
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