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10 Maggio 1996
Sesso e Democrazia: Montecitorio come Buckingham Palace? |
Scartabello sempre, in sosta alle edicole, tra i giornali scandalistici e rosa. Ultimamente, accanto le vicende di tutta la famiglia reale inglese, in calo dopo la beatificazione di Lady D, interpolate con l'altro tormentone dei Grimaldi di Monaco, anch'esse non molto up to date dopo la bomba Fili Houterman, sempre più spesso vedo accostate foto di richiamo dei nostri politici. Sdraiati ai bordi di piscine o a prendere il sole su yacht all'ancora, promiscuamente intrecciati a signore e signorine, spesso legittimamente presenti, alcuni dei nostri parlamentari vengono immortalati nel denudarsi. Quasi sempre si capisce che le foto, benché furtive, ritraggono atteggiamenti naturali e domestici, di riposo. Non c'è niente di vergognoso, niente di misterioso, niente di tragressivo. E' la malizia del contesto che fa appuntare gli occhi, la cornice dentro cui è messo il punto di vista di chi guarda. Che Pierferdinando Casini faccia una doccia dovrebbe essere naturale tanto quanto che la faccia nudo. Che bisogno c'è di fotografarlo e stamparlo e, ammiccando, menarne scandalo? che bisogno c'è di invitare - per esempio - i lettori ad un gratta e vinci sul suo sesso coperto da un rettangolino dorato? Perché ultimamente i paparazzi, di solito scatenati con attori e stelline, gente di televisione e ballerine, ritengono che i politici siano soggetti per questi giornali che si leggono sotto il casco del parrucchiere, in un'anticamera di podologo o in attesa del proprio turno presso il viado che più ci piace? Forse vale la pena riflettere un poco su questa volgarizzazione della politica, su questa sua incarnazione, questa nudità della politica, rappresentata in toraci larghi o stretti, gambe corte o arcuate, capelli radi o posticci, baffetti impomatati. Per l'Italia questo è un fenomeno recente e sicuramente molto diverso rispetto l'immagine della politica - austera, da aruspice, sacrale, abbottonata - che si imponeva precedentemente, almeno fino a Moro e Berlinguer. Se n'è fatta di strada dal timido bacio di Occhetto alla Alberici: Montecitorio è diventato come Buckingham Palace?
Io non credo che tutto possa spiegarsi con l'americanizzazione della politica, con la sua trasformazione in continuo spettacolo - le vite private e i pettegolezzi passati al setaccio e trasformati in "casi" nazionali. Questa spiegazione, diciamo così, di "modernizzazione" della stampa e della sensibilità italiane sul pessimo modello dei tabloid anglosassoni, mi pare non dica nulla. Al contrario, ad esempio, non riesco a vedere grandi differenze tra il caso Montesi (la giovane donna trovata morta nel 1953 sulla spiaggia di Torvajanica dopo una serata di gozzoviglie insieme a politici) e l'episodio di Chappaquiddick dove perse la vita la segretaria di Ted Kennedy, almeno nel senso del rapporto che esiste tra politica, scandali privati e lotte tra apparati del potere e lobbies giornalistico-poliziesche. No, la spettacolarizzazione non c'entra niente. Perché, all'opposto, quello che colpisce in questa continua e fugace esposizione di pancette e glutei, rotonde pelosità e glabre magrezze è la sua normalità. Normalità, scandalo e politica si intrecciano attorno l'introduzione dei corpi della politica nello sguardo pubblico: la normalità viene forzata nello scandalo, lo scandalo viene proiettato nella politica, la politica è intruppata nella normalità. Proviamo a capire perché.
Il voyeurismo della politica
Si può piuttosto ricondurre questa curiosa esposizione di corpi politici alla moderna parola d'ordine della glasnost, della trasparenza della politica. L'opacità della politica è stata giudicata come il male da cui hanno avuto origine i fenomeni di corruzione, concussione, in breve di uso del potere e del denaro pubblico come riserva privata. La trasparenza è apparsa come il suo logico opposto. Non è solo un fatto di "colore" che la migliore visualizzazione delle complesse trame del potere politico e finanziario opaco, finalmente rese evidenti, sia passata attraverso la chiarezza espositiva dell'informatica, le schermate del computer, gli schemi grafici (vedi l'arringa di Di Pietro al processo Enimont) o la pubblicazione delle registrazioni ambientali. La richiesta di trasparenza, di visibilità della cosa pubblica è stata intesa come fine dell'ambiguità della politica. Questa visibilità ha però comportato un incremento del voyeurismo della politica, dal momento che basta stare a guardare bene quel che accade dentro. Anche l'ideologia della politica come normalità quotidiana induce alla passività: la politica non è più un fatto storico, corale, sinergie di attività molteplici, trasfigurazione della routine. No, la politica non vuole più essere alta: essa si vuole normale, fatta di vene varicose e di porri, di ginocchi valghi e alopecie.
La prestazione oscena dei politici
E quale migliore rappresentazione di questa caduta della sacralità della politica dei corpi in carne e ossa dei nostri politici? Metafora di se stessi, le loro nudità, la loro trasparenza sono rassicuranti. Laddove i sistemi totalitari coprivano e ornamentavano i corpi (l'orbace e i fez di Starace o la scenografia militaresca e religiosa delle adunate tedesche, ma anche l'arianesimo fotografico della Riefenstahl alle Olimpiadi del '36) le democrazie tendono a mostrarne la fragilità, la vulnerabilità. Esse sembrano intente a convincerci a non avere paura, a immedesimarci nei corpi del potere (forse è possibile far risalire questo spostamento di registro alla esibita sedia a rotelle di Roosevelt).
Eppure, questa semplicità della carne della politica, questo avvicinamento al quotidiano, si stempera nel suo opposto, la distanza, l'alienazione degli affari pubblici dalle mani collettive. La politica - sembrano dirci - ha bisogno di massaggiatori, di maestri di ginnastica, di istruttori dello step, di mani esperte, così come i nostri corpi vanno affidati a mani esperte. É l'esatto opposto dell'idea leninista della casalinga a capo di uno Stato ormai ridotto alle sue semplicità amministrative, così come è l'opposto dell'ideale weberiano della politica come arte di professionisti. La politica oggi è suggerita da persone che si comportano e parlano come dei dietologi, degli ortodontotecnici, degli esperti di training autogeno, dei succhiatori di cellulite dalle cosce. Passività dello sguardo e affidamento ai tecnici (che sono onesti per professione, perché la tecnica non ha giudizio morale) sono dunque i risultati della fine dell'ambiguità della politica e della sua imposta trasparenza. La politica ci chiede di deporre l'opacità, l'ombrosità dei nostri corpi al suo sguardo.
Così, si guarda la politica come si guarderebbe un film porno (in maniera nient'affatto distratta). E come guardando un film porno non vedo l'ora che gli attori (i tecnici) si spoglino e comincino le loro esibizioni ginniche - e scarto subito quelle cassette in cui questo requisito ritarda -, così dai politici mi aspetto le loro prestazioni. É qui che la politica è diventata oscena, nell'essersi legata alla prestazione, al fisiologico, all'effettualità. É la relazione indotta in politica dallo sguardo passivo e dalla delega che è pornografica rispetto la grande disponibilità del noi che invece alberga nelle possibilità della democrazia, del lavoro (dove, invece, massimamente oggi si esprime l'oscenità del rapporto lavoratore/padrone, in cui l'io/tu ha assunto i connotati di un neoschiavismo sessuale).
La crisi della rappresentazione politica può essere fertile. Nello spazio tra la definizione del reale (la carne del mondo) e la sua inafferrabilità sta la sensualità, sta l'immaginazione dei nostri sensi. Mi domando quali sarebbero le sue parole in una continua tensione verso il carattere pubblico dei nostri corpi e verso il vivere-insieme che si incardini sulla sensualità come irrefrenabile appetito del mondo, amore del mondo.
Non credo affatto quindi che si tratti delle ossessioni sciocche dei giornaletti scandalistici. Per capirsi meglio, le donnine e le pudiche nudità che "ABC" offriva negli anni Sessanta allo sguardo collettivo avevano un senso opposto a quello del presente: lì si intuiva che c'era un corpo del mondo disposto a maggiori libertà, più vivace della politica di allora, bloccata in ingessature dogmatiche. Oggi, i giornaletti e le loro foto sembrano raccontarci un'amara verità: la politica è diventata autoreferenziale. La materialità sociale, sensuale da rappresentare è la stessa di chi dovrebbe rappresentarla, e in questa giravolta azzardata scivolano via i pantaloni che dovrebbero ricoprire la vergogna.
Tutt'al contrario del voyeurismo questa constatazione che la politica è nuda come il re della favola, ci richiama alla libertà del fare, alla concreta materialità del costruire democrazia tra i conflitti dei sensi.
Bibliography:
James Ellroy, American Tabloid, Mondadori, 1995.
Platone, Timeo, Oscar Mondadori, 1994.
Henry David Thoreau, Walden, BIT, 1995.
Walt Whitman, Prospettive democratiche, Il Melangolo, 1995.
Roma, maggio 1996
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