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12 Agosto 2001
Costruire terra dentro il mare |
I fatti di Genova si sono imposti all'attenzione del mio condominio romano: per qualche giorno, sui pianerottoli, prendendo l'ascensore, al ritiro della posta, inframmezzato alle parole sul caldo sciroccoso e le imminenti vacanze non è mai mancato un commento sul comportamento della polizia, sul pacifismo o meno dei manifestanti, sulla figuraccia del governo. E dopo, al mare, litigando per il prezzo delle aguglie quest'anno o l'inquinamento prodotto dal megavillaggio turistico, mi è capitato lo stesso. La pubblica chiacchiera si è impadronita di Genova e del G8 ed è questo il segno più forte e duraturo di come il movimento che lotta contro le storture della globalizzazione sia diventato protagonista della politica e della società.
La pubblica chiacchiera è quell'esercizio democratico della parola e del pensiero che coinvolge le persone a prescindere da un loro ambito comune, lavorativo, territoriale, linguistico; insomma, quel parlare rapido aggrappati a un sostegno dell'autobus, mentre si prende un caffè al bar o ci si serve dell'insalata in un convivio e si mostrano le punture notturne della zanzara-tigre. Diventare tema prioritario nell'agenda della pubblica chiacchiera indica la "forza" di un argomento, di un evento, di una questione. E' una banalità che sanno tutti: ora gli immigrati, ora la criminalità comune, ora i figli che uccidono madri e padri. A volte aleatori, gli argomenti si consolidano invece, fino a diventare luoghi comuni, secondo la persistenza dei fenomeni. Ruotando attorno uno stesso punto di focalizzazione la pubblica chiacchiera divide la società, la attraversa, la segmenta, la ricompone. La banalizzazione è appunto la sua sintassi di diffusione, ma va pensata come una straordinaria produzione e non solo come un passivo assorbimento. Troppo spesso si sottolinea l'importanza dei media: invece, ciascuno vi mette del suo, la sua lettura simbolica, la sua decrittazione dei significati, la sua interpretazione dei fatti. E' insomma la rielaborazione collettiva degli eventi e un modo di parteciparvi. Io non so dire se la pubblica chiacchiera sia la sostituzione della illuministica opinione pubblica e della gran maestrìa degli intellettuali nella società moderna. Non so neanche dire quanto la pubblica chiacchiera abbia di parentela con il concetto di egemonia culturale o con quello delle grandi narrazioni. A me sembra che la si possa intendere come una collettiva affabulazione, una attività pubblica fatta di lemmi e slittamenti semantici, di discorsi e pregiudizi, di frasi fatte e can per l'aia. Determinata oppositrice del pensiero unico, la pubblica chiacchiera non è però di per sé progressista: in essa si riversano le paure, le angosce, i fantasmi individuali e collettivi di una società: può assumere connotati apertamente reazionari, può far lievitare progetti autoritari. Ma questo semmai mi rafforza il convincimento di quanto importante sia oggi battersi sul fronte della comunicazione e dei suoi linguaggi.
L'ordine del giorno era quindi già stabilito: sono intervenuto solo su alcuni aspetti, ma, per come andavano i discorsi, i punti caldi collimavano. Le mie globali chiacchiere sono riportate qui.
Gli uomini neri
Uomini neri. Ragazzi qualunque. Con i volti coperti, felpe con il cappuccio, bandane, passamontagna, berrettini, scarpe da ginnastica, jeans, magliette, canotte. Vestiti per caso. Capaci di una violenza estrema.
Feroce. Gratuita. Assurda. Provocatoria. La violenza degli uomini neri, dei ragazzi qualunque, esplosa nelle strade di Genova è stata etichettata in mille modi. Tutti giusti, tutti veri, tutti reali. Non è questo il punto. La descrizione delle vetrine spaccate, dei cassonetti incendiati, delle barricate erette, degli assalti a qualunque cosa, della "piazza", era fedele e non poteva essere altrimenti: ma quando mai la violenza è fine, razionale, libera, spontanea?
Prezzolati, infiltrati, collusi, sospetti, strani: ciascuno ha un episodio che ha visto, fotografato, filmato o che gli è stato raccontato da persona credibile e che attesta la bontà di quella definizione. Ma ciascuno di questi dettagli - veri o verosimili - non può spiegare la complessità di quello che è accaduto: un manipolo di incursori, per quanto agguerriti, addestrati, eterodiretti, non può mettere a ferro e fuoco una città se non facendo leva su un sentimento di devastazione già vivo e impellente e pronto a esplodere. E questo è il punto.
Da dove viene questa violenza che sorprende, da quali viscere non sondate, quali urla grida che non trovano orecchie per ascoltarle, quali parole non trovano lingua per parlare, modi per organizzarsi, "coscienza" per diventare fare sociale, comportamenti collettivi?
Gli uomini neri, i ragazzi qualunque colpiscono negozi, banche, insegne, merci, case, cose, poliziotti, compagni, tutto. Non ci sono innocenti. Danno fuoco alle nostre coordinate. Non c'è potenza nei loro gesti, solo furia devastatrice. Assassina e suicida, martire e colpevole, nuda. Violenza nuda, corpi nudi. Corpi come niente, su cui una jeep può passare e ripassare, quasi fosse un sasso, una scarpa, una busta, niente. Corpi non ricoperti dall'intelligenza dei movimenti, dalla capacità di inventare rappresentazione, di trattare i media, dalle tattiche, dall'uso del tempo, dalla pazienza di saper vincere e perdere in un lungo percorso, dalla storia. Si coprono solo con i cappucci o quel che capita, sono coperti solo da un lenzuolo quando cadono e l'umana pietà li avvolge.
Figli di questo tempo, in fuga, dalla famiglia, dal lavoro, dalla società, persino dai centri sociali. Ai margini. A Göteborg come a Genova. Figli di questo tempo, forse più d'altro ci mostrano cosa davvero accadrebbe se i poveri del mondo, gli esclusi, i reietti, gli affamati, i condannati al "braccio della morte" di una vita quotidiana miserabile, improvvisamente arrivassero come cavallette, come una delle sette piaghe, nelle nostre ricche città. Carichi d'odio cieco. Spettri essi stessi, uomini neri, evocano uno spettro, un'apocalisse.
Eppure, che movimento sarebbe mai questo nuovo, enorme, forte, che raccoglie gli operai americani e i contadini brasiliani, Internet e gli aiuti in medicine per un villaggio dell'Africa, che si preoccupa dei prezzi del caffè e degli OGM, del Chiapas e del copyright, se non ascoltasse anche loro, le loro ragioni, il loro dolore, la loro furia? Che movimento sarebbe mai questo se non fosse in grado di affrontare la paura che incutono, la loro stessa paura? La nostra stessa paura. La nostra stessa impazienza. Che movimento sarebbe mai questo se sembrasse solo in grado di "preparare le barricate e chiamare la polizia per rimuoverle"?
I G8 finiscono o saranno diversi. E' una grande vittoria dei movimenti. Come d'altronde Genova è stata una grande manifestazione di forza dei movimenti. Ma se i G8 finiscono è anche per loro. Per gli uomini neri. Per i ragazzi qualunque e la loro furia. La furia è una componente della natura, della natura sociale del mondo in cui viviamo immersi. Solo una grande, minuta e laboriosa attività collettiva - qualcosa che somigli a quel fare degli olandesi, al costruire terra nel mare - può permettere di conviverci: la società che andiamo costruendo dovrà farsi strada anche tra la violenza, come la terra degli olandesi dovette farsi strada tra un mare del nord incattivito da sempre. Non possiamo ripararci, anche quando travolti dallo scoramento, dalla delusione, dalla rabbia: bisogna costruire terra con una determinazione più forte della natura.
Un drappo giallorosso
Al funerale di Carlo Giuliani, ragazzo ucciso a Genova, non c'erano bandiere rosse, bandiere nere, bandiere rosso-nere, niente falci, martelli e simboli dell'anarchia, ma il giallo-rosso della Roma, la squadra del suo cuore. E' la prima volta che a coprire la bara di un giovane morto durante degli scontri con la polizia in una manifestazione politica viene usato il drappo di una squadra di calcio.
Forse sta tutta qui, in quel drappo giallo-rosso, la distanza, acclarata d'altronde, ma più volte conclamata, richiesta, troppo esagerata, tra il Genoa social forum, le Tute bianche, i Lilliput, quant'altro e la furia della piazza, Carlo Giuliani vivo. La distanza anche con il Black Bloc, gli scontri pensati a tavolino, le incursioni: la distanza tra la "politica", la "militanza", la "rappresentazione", il "simbolico", la "mediazione", la "guerriglia" persino, e l'immediatezza di un corpo gettato nella mischia. Un corpo qualunque.
Carlo era stato a Roma al grande raduno romanista per la festa dello scudetto con la Ferilli e Venditti. Un milione di persone, di sciarpe, gagliardetti, distintivi, magliette, cappellini giallo-rossi. Ne aveva portato indietro una bandiera donata poi a un suo amico. Quella festa, spettacolare per molti versi, è stata citata per dire quanto poco oggi la politica riesca comunque a mobilitare, nonostante enormi manifestazioni, rispetto agli oppi dei popoli, il calcio di sicuro, ma perché no?, anche le giornate dei papa-boys. E quanto incolmabile sia la distanza fra chi ha "coscienza" e le "masse instupidite". Eppure un filo sottile sottile quanto la vita di Carlo ci dice che le cose non stanno proprio così. Qualcuno, almeno uno deve averlo pensato, deve saperlo di suo, se alla manifestazione nella capitale tenutasi il 24 luglio come in altre piazze d'Italia, accanto striscioni e bandiere di gruppo e partito, ha portato una bandiera giallo-rossa. Anche questo si vede per la prima volta.
Il gruppo di giovani, tra cui Carlo Giuliani, che aveva accerchiato la camionetta dei carabinieri stava scatenando la propria furia: travi, bastoni, estintori, mani, piedi, ogni cosa veniva usata contro quella camionetta che, per il panico, per errore o che, era rimasta nella trappola. Le immagini lo dicono con evidenza. Una evidenza impressionante. Un gruppo, un bloc di giovani scaricava la rabbia accumulata per altri pestaggi, per vigliacche aggressioni, per una violenza cieca che loro stessi o loro amici avevano poco prima o poco più in là subìto da una qualche carica della polizia o dei carabinieri: anche questo è rimasto evidente nelle immagini: giovani donne, persone inermi che scappavano o cercavano rifugio e venivano massacrate a calci, con i manganelli, con gli scudi, in cinque, in dieci, a cerchio, non appena restavano soli, non appena incappavano in un nugolo di poliziotti. Il bloc è l'unica salvezza che hai nella guerra di strada, come allo stadio: se sei isolato sei perduto, se rimani vicino ai tuoi amici non sarai preda dei tuoi nemici, della polizia, delle "guardie". E' una legge della natura, non della politica. La camionetta era rimasta isolata: dovevano pagare. E' una legge della natura, non della politica. Ma il livello di quella violenza non può spiegarsi nella natura di Carlo, nella natura dei suoi compagni del bloc, nella natura della guerra di strada: il livello di quella violenza può spiegarsi solo con l'efferata ferocia dimostrata dalle forze dell'ordine, con la gratuita disponibilità al massacro, con la predeterminata volontà a intimidire, a spaventare, a impaurire, con la sensazione di impunità che da troppo tempo caratterizza le forze di polizia. Usare la pistola per uccidere è stato, in questo senso, solo un gradino della scala dell'imposizione della forza comunque.
Non c'è nulla da questo punto di vista che possa avvicinare i due giovani, e che ci ricordino la loro stessa età è solo maldestra retorica: l'uno, il carabiniere è l'arroganza del potere: persino nel panico può ricorrere ad essa e in maniera micidiale; l'altro è solo la furia di chi non ha mai alcun potere, di chi per una volta vorrebbe fargliela pagare, vorrebbe vederli scappare.
Non c'è nulla da compiacere in questo, in quello scontro così ravvicinato, così crudo, così esemplare, anzi: c'è da averne paura, orrore. Chi ha allarmato contro una situazione da Stato sudamericano, da polizia di un golpe, ha diecimila volte ragione. Chi chiama alla mobilitazione democratica magistrati, amministratori, giornalisti, legislatori, persino poliziotti, ha diecimila volte ragione. Chi mette in guardia contro i pericoli di gruppi oscuri che minacciano il nostro vivere comune ha diecimila volte ragione. La strada è questa, quella della mobilitazione democratica, dell'opposizione puntuale, precisa, aperta, pacifica. Abbandonati a noi stessi, alla guerra di strada, siamo preda della loro violenza cieca e della nostra stessa furia. Preda della logica del bloc, della natura.
Ma in quella vita gettata contro l'arroganza della forza, in quel corpo martoriato per terra, devono essersi riconosciuti in tanti se così largo è stato il sostegno alle mobilitazioni successive a Genova, quei tanti che giorno dopo giorno, privi dei movimenti, privi delle mediazioni, sperimentano sulla propria pelle l'arroganza delle "guardie", i soldati del Male.
Il luglio del '60 di Genova fu la rivolta delle magliette a strisce - la moda della gente qualunque di quegli anni - contro i caroselli assassini delle camionette di Tambroni, il ministro degli Interni che a tutti i costi voleva far tenere il raduno fascista; mi piacerebbe che tra i colori dei popoli di Seattle e di Porto Alegre, le mani bianche, le bandiere arcobaleno, il verde ecologista, le tute bianche, le facce variopinte di indigeni del Sud America o dell'Africa, le bandiere rosse, le tute nere, si ricordasse anche il colore di Carlo: quel drappo giallo-rosso.
La filastrocca
Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove. Di nuovo. All together. Un, due, tre, evviva Pinochet, quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, sette, otto, nove, il negretto non commuove.
E' questa la filastrocca degli orrori che le bestie che picchiavano alla scuola Diaz di Genova o alla caserma di Bolzaneto cantavano cullando gli incubi a occhi spalancati o abbottati dai manganelli di giovani uomini e donne inermi. E' la filastrocca del potere. Ne sono terrorizzato. Penso a quella maledetta notte in cui qualcuno ha trovato il conforto di un dio da pregare ma molti nessuna ragione ultima per perdonare. E chi restituirà a quei giovani la possibilità di cantare più una filastrocca, sintassi semplice del ricordo, senza dover tornare alla paura di quella notte, alla vergogna di avere paura?
Alla vergogna di lottare. Perché è questo il meccanismo micidiale che quei pestaggi crudeli volevano instaurare. Vergogna di sé. Vergogna di pisciarsi addosso nei calzoni, di sentire la puzza della propria merda, degli sputi in bocca, del proprio sangue che non si ferma più, delle proprie teste che si rompono troppo facilmente, delle proprie ossa che si fratturano stupidamente, del proprio corpo, di essere solo una donna, solo un ragazzino in quel momento.
Lì alla Diaz, lì alla caserma di Bolzaneto eri solo, di fronte al disfarsi del tuo corpo, di fronte a nugoli di bestie che menavano, che si muovevano come sciami impazziti per colpire ora qui subito dopo lì, di fronte alla paura di poter morire, così indecorosamente, tra pisci e sputi. Non al garrire di bandiere della rivoluzione o alla marcetta pacifica della non-violenza, comunque vicino alla propria comunità: una morte eroica o una morte tranquilla, una morte qualunque. No, la tua paura della morte doveva essere svilita, vile. Privo dei diritti che lo rivestono e ne fanno una parte della comunità, il tuo corpo è nulla, mani inutilmente sollevate dietro la nuca in segno di resa, carne da tritare.
Spaccare la testa a un militante politico, come spaccare la testa a un ultrà da stadio nel mucchio, non modifica i suoi comportamenti; in un certo senso, il militante politico, come l'ultrà da stadio, ha già messo in conto che la sua testa verrà spaccata, non una volta sola: fa parte del suo percorso, e verificarlo rafforza i suoi convincimenti; il suo "martirio" sarà accolto evangelicamente, politicamente o come una tacca da esibire in curva con maschia improntitudine. Spaccare la testa o le braccia a un ragazzino di 15 anni ha uno scopo mirato: cicatrizzare, attraverso il ricordo della violenza, il comandamento "tu non devi manifestare". Perché è questo che i "gloriosi" militari di questa repubblica intendevano ottenere.
Militari! Quale "black bloc", quale violenza di piazza potrebbe mai giustificare quei manganelli usati fra orribili urla da branco come mostruosi cazzi a rovistare fra le gonne, le cosce, le tette di donne e ragazzine? Che paese è mai questo se ha bisogno di quei manganelli, di questo "immaginario militare", di quel "rastrellamento" per fermare una piazza che manifesta o si fa pure incendiaria? Chi addestra questi uomini? Chi forma il loro carattere? Chi segue la loro preparazione? Quale mano governa i loro sonni?
Uno stupro di massa, questo è stato la Diaz, questo è stato la caserma di Bolzaneto, come nella tradizione della soldataglia: tanto più indegno perché per la giustificazione allo stupro viene chiamata in soccorso la provocazione di sassi o che: troppo rossetto, signor giudice, troppo corta quella minigonna, troppo ancheggiare. Ma non ci sono codici d'onore in questo paese?
Io ho paura. Io non voglio che la mia libertà di manifestare sia protetta da coraggiosi e virili giovanotti con caschi e gommapiume: io voglio che i servizi d'ordine siano composti da ragazzini di 15 anni o dalle loro madri, da gente qualunque e inerme. Voglio poter affidare la mia sicurezza in piazza alla generosità, all'ingenuità, ai sogni, agli occhi puliti di un quindicenne.
Io voglio stare qui, con un movimento che ha dispiegato una capacità di egemonia impensabile, che ha imposto i suoi temi all'attenzione della gente qualunque. E' un pensiero forte quello che viene da questo movimento: non è solo un pensiero antagonista e conflittuale. Una forza che esubera la "politica", l'intelligenza politica, la capacità organizzativa sinora messa in campo, che fa ancora troppo spesso ricorso a modi d'un tempo, a grammatiche d'un tempo, con difficoltà a intercettare, a tradurre, a interpretare, a rappresentare nuovi linguaggi, nuove esigenze. Questo movimento deve avere tempo, deve avere tanto coraggio.
Nicotera, agosto 2001
tratto da La sfida al G8, manifestolibri, 2001
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